Associazione Italiana
Studi Psicopatologie
dell'Espressione e Arteterapia

Odi & Legami…e non so come avvenga

Non sono facile all'odio: lo ritengo un sentimento animalesco e rozzo e preferisco che le mie azioni e i miei pensieri, nel limite del possibile, nascano dalla ragione. Per questo motivo non ho mai coltivato l'odio come desiderio primitivo di rivalsa, di sofferenza inflitta al mio nemico vero o presunto, di vendetta privata. Devo aggiungere che, per quanto posso vedere, l'odio è un sentimento personale: è rivolto contro una persona, un nome o un viso. I nostri persecutori nazisti non avevano viso, né nome: erano lontani, invisibili, inaccessibili; prudentemente, il sistema nazista faceva sì che i contatti diretti fra gli schiavi e i signori fossero ridotti al minimo.

(Primo Levi)

Se la ricerca psicanalitica mira piuttosto a ricercare le cause dell'odio, i filosofi, tentano una riflessione astratta- dunque mai risolutiva- del fenomeno dell'odio. Ed io che amo piuttosto l’incertezza filosofica, preferisco soffermarmi sulla prospettiva fenomenologica non di ciò che è l'odio quanto dei modi in cui esso si rivela.

Secondo il pensiero filosofico l'odio è una forma di passione: è un piacere provato dall’assistere alla sofferenza dell’‘Altro’. È, dunque, una "passione triste", ma non solo. E’anche sinonimo di avversione.

L’odio come passione triste appare, ad esempio, in reazione a certi amori: il desiderio, che non è più un desiderio felice, si trasforma in un desiderio negativo (o negato?) che va a prendere la forma di un'ossessione. Quando l’ innamorato non viene corrisposto, fa fatica a lasciar svanire questa sensazione, terribilmente dolorosa, perchè è prostrato nel suo stato d’ animo indebolito. Così, si augura che l'altro provi la stessa cosa: il desiderio mira ad accendere il dolore nell'altro. La passione triste appare quando si sente di aver perso il desiderio che l'altro procurava ed ecco che ci si sente traditi.

In questo contesto, tipico nella relazione amorosa, ma anche amicale o familiare, non è tanto il riconoscere il proprio Desiderio verso l'altro, ma il Desiderio dell'altro rispetto a sè, di qui il vissuto di tradimento.

 

L’odio come avversione è quello di chi vuole ad ogni costo vedere l'oggetto della propria passione annientato e tenerlo il più lontano possibile da sè. Questa avversione diventa un desiderio negativo che poggia su una contestazione difensiva ed offensiva dell'individuo al suo oggetto di disgusto. Chi odia è costantemente in contrasto di fronte all'oggetto del suo odio. Si ossessiona per ciò che considera "cattivo". In questo senso questa forma di odio è difficilmente guaribile. Non è per così dire ‘psicosolubile’…

Quelli che odiano non hanno fretta nel tempo, faranno di tutto e di più per tentare di strutturare la loro reazione di fronte alla loro avversione anzichè finirla. In questo senso,

tenteranno di evitare l'oggetto considerandolo nocivo; contempleranno il "decadimento" dell'oggetto d’odio, considerandolo colpevole di procurare sofferenza; troveranno nuovi modi di nuocergli, di farlo soffrire. È di questi ultimi mesi la cronaca del suicidio di Shepp e del presunto omicidio delle due bambine per ferire (è un eufemismo), se ciò fosse comprovato, la donna che non lo ama più.

L’odio, tuttavia, ‘dice’ la nostra storia. Dice la sete d’amore per le frustrazioni ricevute. Dice la rabbia mal espressa. Dice e ri-dice più cose di quanto non sembri.

 

Così, per capire chi odia, va superata l’idea secondo cui non esiste nessuna ragione valida di odiare. Le ragioni esistono eccome, l'astioso non è sempre il primo ad accorgersi di odiare.

Chi odia usa due strategie: quella "ufficiale", ovvero la strategia difensiva di fronte ad un oggetto considerato pericoloso e quella "ufficiosa". Quest’ultima, nascosta e insidiosa, parte da un'intenzione aggressiva. Il suo oggetto è percepito come colpevole e le intenzioni di vendetta verso l'oggetto che si considera come fondamentalmente condannabile possono portare chi odia a credere veramente al fondamento del valore del suo giudizio. Chi odia crede che contro di lui è stato fatto intenzionalmente del male ,giustificando in questo modo l'odio verso l’ altro.

 

Cosa che provoca, in fin dei conti, una spirale vorticosa dell'odio fino a perdere il suo soggetto fondamentale. In sintesi, per le sue numerose giustificazioni soggettive ed emotive, la ragione di fondo del perché dell'odio può perdersi nello spirito di colui che odia. In questo senso, l'avversario, ovvero il bersaglio dell’odio, può diventare una vera ragione di vivere per il soggetto odiante.

 

Tuttavia gli odi "cattivi" e le forme avversive si orientano differentemente. Nei primi la sofferenza dell'altro è voluta a tal punto che la sua scomparsa, la sua distruzione, l’ omicidio stesso, non saprebbero estinguere l'odio, come Achille che trascina fino a lacerare il cadavere del nemico vinto. Addirittura coloro che vivono in stato di "odio" sarebbero delusi, se fossero sprovvisti del loro oggetto. Al contrario, negli odi cosiddetti di avversione, le persone vogliono che l'oggetto che essi detestano non sia più niente, almeno per loro, desiderano farlo sparire dal loro orizzonte, vorrebbero poter vivere senza lui…Non si accorgono che vivono già per lui.

 

La genesi dell'odio deve essere considerata a partire dalla sua intenzione.

Il sentimento di odio ha due scopi possibili: o "l'allontanamento" ovvero la "passione triste" e "l'écartèlement" o "avversione" del soggetto.

In fondo l'odio non è solo una passione, ma è anche un mezzo per liberarsi di uno stato che non si riesce a sopportare più.

L'odio è "libertà attraverso il vuoto". Ci si libera di un "eccesso" di desideri negativi fino a creare un vuoto attraverso l’espressione. Infatti, i desideri non espressi formano un eccesso nelle vesti di passione e solo l’esprimerla conduce ad uno svuotamento, diminuendo questo eccesso insopportabile. Questo "vuoto" può generare, talvolta, una "spirale" negativa per il suo modo di autoregolazione affettiva dell'individuo o, più semplicemente, per l'argomentazione difensiva dell'odio per chi lo mantiene in vita.

Ciò può creare un perseverare del sentimento di odio, addirittura una scalata, che induce il soggetto a non riconoscere il perché del suo odio, il suo oggetto primo. Questo stato può generare di nuovo un eccesso di desiderio negativo.

Così, l'espressione dell'odio, l’espulsione all’esterno, crea un vuoto temporaneo nell'essere, ma lo nutre attraverso la sua giustificazione. In questo senso la soluzione non si trova nell'odio, ma nell'oggetto di questo odio che può trasformarsi ed evolversi.

L'odio non è cattivo in sè, ma come anche per altre passioni, è l‘agito che può causare nefaste conseguenze.

Appare chiaro ormai che l'odio è un legame. È un legame stretto tra un individuo ed un altro. È quindi simile all'amore e, in quanto l’altra faccia, è altrettanto intenso. Se nell'amore uno sente di aver bisogno dell’altro fino a pensare di non esistere senza di lui, nella fase di odio questo diventa quasi un'ombra che lo segue. La persona odiata, infatti, va ad occupare tutto lo spazio mentale di colui che odia perché questi non sa più considerare tutto il resto, fissato sul suo oggetto di odio. Amore e odio sono quindi dei legami tra due persone che usano spesso i due sentimenti in modo interscambiabile: sovente si finisce per odiare intensamente una persona che in passato si è molto amato. Ma può succedere anche l'opposto: si può amare una persona che prima si odiava. Nella cosiddetta sindrome di Stoccolma si finisce per amare il nemico.

L’odio è dunque un legame fortissimo paragonabile all'amore. Benchè non negli effetti…

Penso che non sia mai il caso di operare una distinzione tra un "cattivo" ( chi odia ) ed un "buono" (chi ama ) perché prima ci si ama e poi ci si odia e viceversa.

Di che dimensione è l’odio?

I sentimenti sono qualcosa di molto deciso. Se andiamo ad analizzare le persone che dicono: "Quella persona mi ha fatto del male, ma io cerco sempre di capirla e di perdonarla" osserviamo che, nonostante esse abbiano la volontà ‘religiosa’ dare il perdono, dal punto di vista psicologico possiedono una carica negativa - di odio, appunto - nei confronti di chi ha procurato loro del dolore: si tratta di un sentimento molto deciso, che però viene attutito dalla ragione.

L’esergo di Primo Levi auspica una " ragione che sappia controllare l'odio".

Oddio, la razionalità è sicuramente uno strumento di controllo, ma non di eliminazionedell’odio, perché i sentimenti sono spesso diversi dal ragionamento: sono forti ed esclusivi. Mi è capitato di sentir dire: "Io l’amo talmente tanto, che se anche lei amasse un altro sarebbero problemi suoi"…Non credo stia dicendo la verità: se veramente si è innamorati di qualcuno, si tende a considerarlo un oggetto essenziale per la propria vita e difficilmente lo si vuol condividere con altri.

E’ catullianamente più autentico chi dice: "Odi et amo. Mi ha fatto del male, però gli voglio anche bene". Sarebbe da approfondire quale la dinamica che va a bilanciare l’odio per non morirne sotto le macerie...

Mi chiedo se tutti gli ‘odiatori’ sono uguali e se è possibile sottrarsi al sentimento di odio. Credo che non si odia allo stesso modo così come non si ama con la stessa intensità, ma credo anche che sia difficile durante l’arco di una vita non incontrarsi mai con questo sentimento. Penso che tutti una volta almeno abbiamo conosciuto quell’ odio "esistenziale" viscerale ed infantile verso chi reputiamo ci abbia fatto del male.

L’odio che sfocia nella patologia e si trasforma in un'idea ossessiva è quello non esistenziale, quello che corrode e non fa abbandonare mai il tentativo di eliminare l’oggetto che si odia, quasi fosse una liberazione. Il sentimento diventa sistematico e quasi delirante. Il delirio ci fa percepire tutto il mondo contro e per questo non solo si odia il mondo, ma occorre anche difendersene, perché altrimenti è lui che potrebbe eliminarci.

Accennerei a un altro tipo di odio. Troviamo al nostro interno due dimensioni che la vecchia impostazione freudiana distingueva in "io attuale" e "io ideale".

In altre parole Freud avrebbe spiegato: "C'è una "Laura" di oggi e una "Laura" ideale".

Ciò vuol dire che si potrebbe avere una percezione del proprio Io non corrispondente ai propri desideri: "Non mi piaccio, se mi confronto con un caio o sempronio vedo che non ho le loro caratteristiche".

Naturalmente l'io ideale non è utopico, non si desidera essere un animale. L'io ideale è l’Io possibile, consiste nella possibilità di immaginarsi nel futuro diversi da come si è oggi. Da ciò può nascere un conflitto tra l'io attuale - la condizione in cui si è adesso - e l’io ideale. Se una persona trova che il suo io attuale sia così lontano da pensarlo irraggiungibile, può persino arrivare ad odiare se stessa e a scaricare contro di sé una forza distruttrice. Possiamo dire che ci si può odiare proprio perché non ci si piace oggi e si pensa che non sia possibile cambiare.

Mi chiedo se sia praticabile scegliere di non odiare, se ci si può impegnare a non lasciarsi prendere da tale passione sconsiderata visto che nuoce più a chi la prova che a chi è diretta.

Il sentimento dell’odio non dipende da noi. Come tutte le passioni non siamo noi a possederle ma sono loro che possiedono noi. Una volta che si prova l'odio lo si può dominare e razionalizzare, si può anche pensare che non sia giusto odiare. Il problema è di riuscire a far sì che l'odio - sentimento come tanti altri - non si trasformi in azione, perché potrebbe sfociare nell’omicidio, nell’eliminazione. È una sensazione che tutti siamo destinati a provare: la diversità sta nell’intensità con cui la si percepisce e nella sua trasformazione dal sentire all’agire. Sicuramente l’odio ha anche un carattere difensivo: se l’antilope non provasse una sensazione di "odio" nei confronti del leone, ne diventerebbe la preda. Ma la nostra grandezza sta proprio nell’ elaborare l’ odio .

Eppure c'è chi perdona immediatamente, chi ama coloro che gli hanno fatto del male…Come faranno?

L'amore ha a che fare con la morte: una delle interpretazioni del significato della parola "amore" -mi si perdoni per questa licenza poetica - è che quest’ultima derivi dall’alfa privativo di "morte": a-morte, l'amore come difesa, come privazione della morte. Ammettendo che questa sia una delle interpretazioni etimologiche della parola, mi sembra che esprima bene che quest’ultimo è un legame essenziale: se non si avverte questa "essenzialità", penso si stia provando un’ altra emozione.

Sul piano del sentimento siamo molto decisi: o sentiamo, o non sentiamo. Non c'è mediazione. La mediazione avviene dopo, quando agiamo su questo sentire .

Il protagonista del romanzo di Cesare Ferri, Effetto domino, manifesta appieno il sentimento che al giorno d’oggi sembra più “impresentabile”: l’odio. In una gaudente località balneare, in un pomeriggio nel pieno di un temporale estivo, Edoardo guarda il vento che increspa le onde, il lampo che va a scaricarsi al largo, il rombo del tuono, lo scrosciare della pioggia. E sente di gran lunga più attraente l’odio dell’amore. Perché, a differenza dell’amore, è sempre tremendamente, travolgentemente autentico. Eraclito lo aveva già compreso. Ma la mediocrità non può contemplare l’odio in quanto, se non si è in grado di dominarlo, invece di annientare il nemico, si ottiene l’effetto opposto: distruggere chi lo prova e innalzare colui verso il quale era primariamente diretto.

Dell’odio si scrive poco. Mentre scrivo ripenso a ‘Mia madre è un fiume’, la cui autrice ha dato un contributo su questo numero. La scrittrice, eccezionale nell’autoanalizzare i suoi moti d’animo, riesce a infrangere un tabù: parlare dell’odio che si può provare per la propria madre. E nello stesso tempo sottolinearne l’amore…

 

Bibliografia

  • Ferri C. (2004) Effetto domino, Roma: edizioni Settimo Sigillo.
  • Di Pietrantonio D.(2011) Mia madre è un fiume, Roma: Editrice Elliot.

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