Associazione Italiana
Studi Psicopatologie
dell'Espressione e Arteterapia

“Zitti, vostro padre sta dormendo!” Dall’autorità paterna all’autorità interna

Ho davanti a me un giovanotto. Quasi un bambino dall’aspetto: capelli biondi e lunghi, sorriso timido, linguaggio segmentato. Da quando ha abbandonato gli studi lavora col padre, professionista affermato che vorrebbe tramandargli l’arte, ma che non lesina frustrazioni pesanti. Dice che teme il padre al punto da rinunciare al lavoro, vuol andare lontano, magari all’estero e dimostrare a se stesso che vale qualcosa. Ha sempre temuto quest’uomo , nutrendosi anche del timore della madre che dal bambino otteneva obbedienza solo minacciandolo di dire tutto a papà quando sarebbe tornato…I giochi in casa dovevano essere silenziosi se no papà si sarebbe svegliato nervoso…

Chissà quante volte quelli della mia generazione, e non solo, siamo stati ammoniti con frasi allusive quasi minatorie, rinforzando il vissuto della severità paterna.

-Zitti, vostro padre sta dormendo!-

Non è il richiamo alle mie memorie bensì raffiora la battuta, forse la più famosa, del film di Andrey Zvyagintsev,’Il ritorno’ (2003). Oltre al Leone d’oro, il regista avrebbe dovuto ottenere l’affiliazione alla Società psicoanalitica honoris causa per l’esaltazione e le competenti sottolineature psicologiche sui conflitti intercorrenti tra padre e figli. Per chi non lo ricorda, il film si apre con un tuffo dal trampolino di uno dei due figli, del terrore di tuffarsi dell’altro e poi del correre a casa dove sull’uscio una donna redarguisce i ragazzini irruenti con quel ‘Zitti!...’. Poi la corsa dietro la porta della camera dove dorme colui che viene definito ‘padre’, ma di cui i figli non conoscono il volto. Inquadratura del Cristo Morto di Mantegna. I due ragazzini sbirciano dietro la porta e vedono un uomo sul letto nella posizione del cristo morto. E’ un cristomorto proletario che si nasconde dietro le burbere apparenze di un uomo che non ride mai. Il crisma dell’autorità lo cogliamo in tutto il film a cominciare dal fatto che toglie alle donne ogni diritto di parola, salvo la perentoria frase di azzittimento dei bambini rumorosi.

Quest’uomo che dopo dodici anni di assenza non sente il bisogno di abbracciare i propri figli, è il triste compimento di quell’universo sulla cui durezza assurda il film racconta ed esplora la paternità all’interno di un pregiudizio. La paternità, questo è il pregiudizio, è niente più che una mancanza e un’attesa. Non ci sono abbracci né calore di corpi; ci sono i segni, forse, di una futura paternità possibile, promesse di trasferimento di abilità, di un saper fare che dell’essere padre è momento decisivo .“Ti insegnerò a fare una scodella di betulla”, dirà al figlio Ivan. Ma poi, in cima ad una torre, quando i figli potrebbero stringerlo e consolarlo, il caso lo porta a precipitare in mare. Solo ora i figli lo chiamano, lo riconoscono come padre. L’uomo che trascina i figli per un viaggio impervio e misterioso, a contatto con una natura primordiale, è una sorta di cristo feroce e tirannico, il cui sadismo non può impedirgli di sapere che solo la sua morte permetterà la redenzione effettiva. L’afflato mitico-religioso si intravede già nella sequenza in cui il pranzo si celebra all’insegna di un rituale eucaristico, quando il padre versa il vino e spartisce con le mani la carne fra i commensali. Ci sto girando intorno ma dovevo pur cominciare in qualche modo per introdurre il tema dell’autorità.

Tanti e tutti seduttivi sono i richiami letterari e cinematografici che mi vengono in mente. A partire da ‘Le parole di mio padre’ ispirato al romanzo di Svevo ‘La coscienza di Zeno’, in cui viene altrettanto ben evidenziata la problematica del rapporto del protagonista col padre. Ma anche ‘Storie di padri e figli’, di Montalban, in cui Pepe Carvalho è alle prese con i difficili rapporti padre-figlio e madre-figlia. E’ un Carvalho un po’ freudiano che sentenzia:’la sua colpa viene da lontano’ e ‘siamo tutti figli di qualcuno’. E che dire di ‘Lettera al padre’ di Kafka? Qui l’abilità causidica dello scrittore (laureato in legge!) emerge con una lettera-arringa dove viene sviscerato e,dunque, analizzato il contrasto col padre sin dall’infanzia. La tesi sostenuta è che, in un sottile gioco architettato dalla perfidia del fato (?) due caratteri diversi, la forza paterna e la fragilità filiale, si siano scontrati e, senza che ci fosse un vero colpevole, l’esito non poteva che essere uno: l’annientamento del più debole. “Tu hai influito su di me come dovevi influire, soltanto devi smettere di considerare come una particolare malvagità da parte mia il fatto che sotto quest’influsso io abbia finito per soccombere”- dirà in un passo della Lettera.

Pare ci sia una certa confusione tra quello che realmente il padre faccia o dica e quello che viene percepito interiormente come dettato paterno. Nella molteplicità delle angolature da cui si può osservare la tematica dell’autorità, opto per uno sguardo all’autorità come assenza, ovvero all’esigenza di un modello, di un punto di riferimento che giunga a confortare il bambino, ad insegnargli quale debba essere la strada giusta da imboccare nel difficile cammino dell’esistenza.

Il fatto di orientare la mia elaborazione del concetto di autorità verso la funzione paterna, non mi consente ,tuttavia, di tralasciare un accenno allo sviluppo del mondo interno dell’individuo. Anzi, delle interrelazioni dei ‘mondi interni’. So che potrebbe sembrare fantasioso affermare che si nasce geneticamente determinati verso l’autorità, sebbene diverse scuole di pensiero sostengano, ad esempio, che certe anomalie cromosomiche inducano la tendenza alla violenza. Tutti, immagino, siamo d’accordo sul fatto che il bambino nasce con una naturale predisposizione verso il mondo e che la relazione madre-bambino, nell’implicare processi di identificazione proiettiva e introiettiva, favorisca la creazione del mondo interno infantile, basato sull’esperienza dell’essere ‘contenuto’ dalla madre. I concetti di ‘contenitore’ e ‘contenuto’ di bioniana memoria risalgono alle primissime relazioni del bambino con la madre. Il bambino esperisce uno stato di angoscia o malessere senza saperne il perché , così come la madre riconosce nel figlio il malessere senza capire di cosa si tratti. Tuttavia ha la capacità di gestire la cosa e di operare il superamento della difficoltà. La madre è il contenitore, l’angoscia il contenuto. Questo modello è applicabile per la comprensione di molte altre organizzazioni che implicano la presenza di chi ha capacità di contenere o la funzione di cassa di risonanza del problema. L’autorità è determinata dalla funzione contenitiva. Quindi, non solo la madre, ma entrambi i genitori possono gettare le basi dell’individuazione quando riescono a consentire ai loro figli la ‘nascita’ psicologica, ovvero la capacità di separarsi , dalla madre prima, dal padre poi, riuscendo a crearsi un proprio personale modello di vita. Questo è la risultante di ciò che è stato seminato, della qualità del terreno, degli agenti atmosferici e, naturalmente, di come e quanto è stato raccolto. L’infanzia – dice Jung- è un viaggio verso l’indipendenza , che si attua attraverso la separazione e il superamento delle proprie radici. Tale distacco avviene mediante uno stato di abbandono alquanto doloroso. Vivere questo abbandono richiede una forza che solo i due genitori possono assicurare con un’azione di contenimento e di sostegno. Autorità è trasmettere responsabilità. Fernando Savater (1997) commenta la confusione dei ruoli operata dai genitori dell’epoca attuale , asserendo che essi rifiutano di assumersi la responsabilità del mondo in cui hanno introdotto i propri figli.

Se è vero che nell’autorevolezza genitoriale risiedono sia i modelli dei genitori introiettati dai rispettivi coniugi sia le parti infantili che rivivono attraverso il figlio , è altrettanto vero che esiste una genitorialità risultante dal rapporto complementare esistente nella coppia. Questa si esprime sulla base della capacità relazionale ed affettiva costruita dalla copia che trasmette poi al bambino.

L’organizzazione affettiva e la rete di relazioni ad essa connessa rappresentano una delle più importanti fonti della costanza del sé, dando continuità alla nostra esperienza nonostante tutti i cambiamenti e le ripetute trasformazioni a cui si va incontro nel corso dello sviluppo. Il padre era in passato il signore incontrastato e incontrastabile del potere economico ed esecutivo. Egli impartiva direttive, trasmetteva valori, assegnava compiti; era il signore della guerra, trasformava la casa in caserma, un luogo dove i figli avrebbero dovuto imparare a credere, a obbedire e a combattere senza troppo discutere. Il padre tiranno introiettava norme e informazioni esprimendosi dall’alto senza investire la propria persona nella relazione educativa. Aveva una funzione direttiva e annullava ,per ignoranza e disinteresse, il ruolo pedagogico che avrebbe dovuto essergli proprio . Nella letteratura teatrale esiste una figura emblematica , rappresentata dal padre-capitano, protagonista de ‘Il padre’ di Strindberg, di cui riporto qualche battuta.

Capitano:- Stando alle leggi in vigore, i figli devono essere educati secondo le idee e le convinzioni del padre.

Laura:- E la madre non ha nessuna voce in capitolo.

Capitano:- No, nessuna; essa ha legalmente alienato i suoi diritti in favore del marito, in cambio dell’obbligo di essere mantenuta insieme ai figli. (Strindberg,1991).

Per fortuna non è sempre così . Il padre di oggi, più marsupiale, ha scoperto il piacere di condividere la nascita del figlio con la compagna, diventando così il custode del sogno di essere genitore, di vivere la paternità crescendo con i figli e apprendendo da loro. Il padre, rappresentando la dimensione della coscienza e del limite, è soggetto a mutare la sua funzione e il suo ruolo. In fondo sia Greenacre (1966) sia la Mahler ( 1975) evidenziano come il bambino avverta precocemente la presenza del padre, rispetto a quanto si sia sempre pensato. Samuels definisce quei pazienti in cui il padre è stato assente, ‘semivivi’. La presenza del padre è indispensabile al fine di contenere emotivamente la sofferenza necessaria, dovuta alla separazione dalla madre. L’assenza del padre, impedendo al figlio di avviarsi verso il processo di individuazione,è la causa principale di un’unione illusoria di quest’ultimo con la madre.Essa è causa perciò di una ‘nascita’ incompleta del figlio, ovvero di una sua impossibilità a separarsi individuandosi. Il padre assolve così la funzione di mediazione, di negoziazione emotiva, collocandosi tra il legame primario del figlio con la madre, caratterizzato dall’onnipotenza e dal narcisismo infantile, e l’accesso allo sviluppo dell’identità del figlio stesso. Questo vuol dire anche che il padre svolge una funzione di rispecchiamento emotivo, contribuisce a costruire nel figlio il ‘padre interno’. Il padre, essendo il primo amore mentale e spirituale del figlio, acquista un’ulteriore importanza nelle fasi avanzate della sua crescita, rappresentando il principio del ‘logos’ , cioè del potere e della fonte di autorità. Nella psicologia della donna, il maschile, secondo gli studi junghiani, è rappresentato essenzialmente dalle figure del ‘padre’ e del ‘briccone’, parti diverse del maschile. Il padre è legislatore, autore dell’ordine e, a volte, della repressione; il briccone è colui che infrange le norme; è,cioè, anche rappresentante dei desideri infantili. Allora il padre è sia colui che protegge, che si fa garante e talvolta coercitore, sia il briccone dall’affascinante libertà espressiva. Il figlio è adulto quando avrà il proprio pensiero autonomo, quando per dirla con Carotenuto ,avrà ‘ucciso’ il padre. La legge del padre , dunque, contiene in sé la possibilità di ribellione. Parafrasando un concetto winnicottiano relativo al rispecchiamento materno, possiamo dire dell’autorità paterna che essa, se non tiene conto dei bisogni del figlio, sarà uno ‘specchio da guardare, ma non una cosa in cui guardare’ (Winnicott,1979).

 

Bibliografia

  • Bion W.R.(1962) Learning from experience. W.Heinemann, London.
  • Bion W.R. (1963) Elements of psycho-analysis. W.Heinemann,London.
  • Carotenuto A. (1985) L’autunno della coscienza, Bollati Boringhieri,Torino.
  • Kafka F. (1919) Lettera al padre,U.E.Feltrinelli,Milano, ed. 2000.
  • Malher M.S., Pine F., Bergman A. (1984) La nascita psicologica del bambino, Boringhieri,Torino.
  • Samuels A. (1991) Il padre, Borla, Roma.
  • Savater F. (1997) A mia madre, mia prima maestra, Laterza Bari.
  • Strindberg A.J. (1991) Il padre, Einaudi,Torino.
  • Svevo I. (1923) La coscienza di Zeno, Einaudi, Torino,2001.
  • Vasquez Montalban M. (2003) Storie di padri e figli, Universale economica, Feltrinelli,Milano.
  • Winnicott D.W. (1972) la famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando,Roma.
  • Winnicott D.W.(1979) Gioco e realtà, Armando,Roma.

 

Filmografia

  • Il ritorno di Andrei Zvyagintsev (2003)
  • Le parole di mio padre di Francesca Comencini (2001) tratto da ‘La coscienza di Zeno’ di Svevo.

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